Quando si parla di edifici green, al giorno d’oggi, non si parla più solo di involucro esterno (l’edificio, appunto), ma anche di tutto il benessere psicofisico che si può avere all’interno degli edifici stessi.
In questo contesto, c’è una domanda che spesso si sottovaluta ma che è di fondamentale importanza: cosa respiriamo?
È ormai noto il concetto di Sick Building Syndrome (sindrome dell’edificio malato), spiegata come una situazione in cui gli occupanti di un edificio manifestano disagi o malesseri, verosimilmente riconducibili alla presenza di problemi nel sistema di riscaldamento, ventilazione e condizionamento, ad alcuni fra i materiali usati nella costruzione dell’abitazione, alla presenza di volatile organic compound (VOC), di muffe, alla non evacuazione dell’ozono o alla mancanza di filtrazione del ricircolo dell’aria.
E dunque, come far diventare il benessere abitativo un parametro importane in fase di progettazione?
Per rispondere a questa domanda, prendiamo in prestito le parole di Leopoldo Busa, progettista e consulente energetico, specializzato in salubrità degli ambienti indoor e in architettura bioclimatica.
Secondo quanto detto da Busa, “gli attori del processo edilizio, soprattutto i progettisti, devono oggi prestare la giusta attenzione ad un concetto di comfort molto esteso. Devono perseguire un benessere interno che non sia esclusivamente condizionato da concetti impiantistici ma che comprenda, anche e soprattutto, lo studio dell’involucro attraverso l’impiego di materiali atossici, igroscopici, traspiranti e soprattutto certificati. Il comfort insomma deve diventare uno strumento di prevenzione ed igiene ambientale non più esclusivamente subordinato a logiche economiche di coibentazione e tenuta all’aria ma notevolmente ampliato fino a comprendere l’importanza dell’individuo e del suo stato di salute“.
E ancora…
“Arieggiare spesso i locali, anche d’inverno per pochi minuti, aiuta a mantenere ottimi livelli di salubrità ambientale impedendo di fatto la proliferazione di muffe e funghi. Possiamo anche aiutarci inserendo dentro casa un semplice igrometro che ci indichi il livello di umidità interna raggiunto (per esempio dopo aver cucinato, fatto una doccia o steso i panni in lavanderia). Quando l’igrometro segnerà il 65% di umidità relativa sarà il momento di intervenire sugli infissi. Aprire le finestre spesso (5 minuti ogni 2 ore) è impegnativo, aprirle d’inverno diventa anche dispendioso; per questo motivo esistono in commercio ottimi sistemi di ventilazione meccanica che permettono un ricambio costante dell’aria interna senza per forza dover agire sui serramenti. Prevedere una temperatura d’esercizio leggermente inferiore ai 20°C e pensare ad un sistema di ventilazione con recupero di calore (l’aria pulita in entrata, attraverso uno scambiatore termico, viene preriscaldata dall’aria viziata in uscita) significa gettare le giuste basi per una più articolata progettazione del costruito che passa attraverso la scelta di materiali “basso emissivi”.
fonte: madeexpo.it